Una sala che sembra studiata per un post: luce perfetta, angolazioni calcolate, dettagli che si stagliano nello scatto. È la scena che si vede sempre più spesso entrando in case, bar o ristoranti: l’idea di spazio prende la forma di un’immagine destinata ai social, prima ancora che di un luogo destinato a essere vissuto. A raccontarlo sono i numeri del Rapporto Censis 2025, che segnala come per l’80% degli italiani l’immagine abbia ormai superato la parola come principale forma di comunicazione, e come il 54,7% si senta influenzato dai social nella percezione di ciò che è bello o desiderabile. Nella pratica, questa inclinazione modifica le priorità di progetto: prima la fotogenicità, poi la funzionalità.
La trasformazione non è neutra: chi progetta spazi — architetti, interior designer, proprietari di locali — valuta più spesso l’effetto in uno scatto che la durata del comfort quotidiano. Un dettaglio che molti sottovalutano è quanto la luce artificiale o la disposizione dei mobili possano funzionare perfettamente in fotografia ma risultare scomodi per chi ci vive. Nella vita urbana questa tendenza si intreccia con abitudini giovanili: secondo rilevazioni consuete il 78% dei ragazzi tra i 14 e i 29 anni usa Instagram e il 64% TikTok, piattaforme che hanno fatto dell’immagine un linguaggio quotidiano. Ne nasce una società dell’immagine in cui contare è mostrare: non sempre lo spazio esiste per essere abitato, ma per essere condiviso.
La casa pensata per lo scatto
Quando un ambiente è progettato principalmente per l’apparire, gli elementi diventano oggetti di scena. Pareti colorate come punti focali, tavoli centrali studiati per l’inquadratura, luci posizionate per valorizzare texture: tutto viene pensato per una fotografia che racconti uno stile. Il rischio è che questi espedienti trasformino le stanze in cornici poco ospitali, dove il gesto naturale — sedersi, aprire un cassetto, leggere — perde spontaneità. Questo processo interessa non solo le abitazioni private ma anche ristoranti, hotel e uffici, che sempre più spesso scelgono estetiche riconoscibili prima ancora di pensare all’accoglienza.

Un fenomeno che in molti notano solo nella vita metropolitana è la prevalenza degli arredi “instagrammabili”: poltrone, tappeti e complementi selezionati per contrasto cromatico e per l’effetto che producono nel feed. La valutazione del progetto si sposta quindi su due parametri paralleli: l’impatto visivo e la praticità d’uso. Quando il primo ha la meglio, la qualità della vita domestica può diminuire: spazi difficili da mantenere, percorsi meno fluidi, sedute comode ma poco fotogeniche scartate in favore di soluzioni più sceniche. È una scelta culturale che interpella committenti e professionisti: meglio privilegiare l’apparenza o la qualità di vita di chi abita quegli spazi?
Un aspetto che sfugge a chi vive in città è che la ricerca della perfezione visiva spesso produce ambienti che perdono la loro capacità di rigenerare: l’eccesso di dettaglio studiato per la foto sacrifica il calore e la familiarità. Per questo interrogarsi sulle priorità progettuali non è più solo questione di estetica, ma di benessere collettivo.
Le conseguenze per il vivere quotidiano
La fotogenicità che domina le scelte d’arredo porta a risultati ambivalenti. Da un lato, ambienti riconoscibili e iconici aiutano la comunicazione dei luoghi e possono sostenere attività commerciali; dall’altro, la ricerca costante dell’armonia visiva rischia di generare spazi poco pratici e facilmente deteriorabili nella vita reale. Lo raccontano i professionisti del settore: la cura ossessiva del dettaglio estetico spesso comporta materiali delicati, superfici difficili da pulire e soluzioni che richiedono manutenzione continua.
In molte abitazioni il risultato è una separazione tra area “scenografica” e spazio realmente vissuto. I sofa perfetti per la foto sono relegati a stanze che si usano poco, mentre la vita quotidiana si sposta in angoli meno fotografabili ma più funzionali. Paradossalmente, maggiore è la cura dell’immagine, più si perde la spontaneità che rende uno spazio accogliente. Un dettaglio che molti sottovalutano è come la disposizione degli oggetti influisca sul movimento dentro casa: corridoi ingombri, tavoli sovraffollati e percorsi interrotti cambiano la routine familiare.
La questione non è solo estetica: tocca tempo, risorse e scelte di consumo. Chi ristruttura o allestisce un’attività commerciale oggi deve ponderare investimenti che servono più a produrre contenuti che a migliorare il servizio o il confort per i clienti. Il tema diventa politico quando gli spazi pubblici — scuole, uffici, biblioteche — iniziano a seguire le stesse logiche visive, rischiando di ridurre l’efficacia funzionale a favore di un’immagine che guarda allo schermo più che alla persona.
Il Feng Shui come ponte tra estetica e benessere
In questo contesto l’antica disciplina del Feng Shui si propone come un approccio pratico per riavvicinare estetica e comfort. L’obiettivo non è tornare al passato, ma integrare criteri di armonia che parlino sia al sensibile che al visivo. Come spiega la sociologa e consulente Valentina Pinto, “un ambiente equilibrato genera un’impronta emotiva che resta, anche senza esserne consapevoli. La bellezza acquista valore quando è sostenuta da coerenza e benessere”. È una lettura che mette insieme luce, colori, forme e materiali per creare spazi che funzionano nella quotidianità oltre che nelle immagini.
Valentina Pinto lavora con abitazioni e ambienti professionali per ricomporre questi elementi: è autrice del manuale “Feng Shui. Viaggio emozionale all’interno della casa” e conduce il podcast “Hai detto Feng Shui?”, accompagnando privati e imprese nel riconoscere lo spazio come leva di equilibrio, creatività e produttività. Un fenomeno che in molti osservano è che piccoli aggiustamenti — orientamento del letto, una maggiore luce naturale, specchi ben posizionati, punti focali chiaramente definiti — possono migliorare sia l’effetto estetico sia il comfort quotidiano.
Per chi vuole unire immagine e funzionalità, il consiglio pratico parte da poche scelte: palette di colori coerenti, inserimento di elementi naturali come piante e acqua, cura dei dettagli sensoriali (profumi, texture, suono) e percorsi di movimento chiari con spazi ordinati. Un dettaglio che molti sottovalutano rimane però l’anima dello spazio: un ambiente che racconta uno stile di vita riconoscibile è più facile da abitare. In molte case italiane questa tensione tra estetica e vissuto è già materia di confronto quotidiano, e il bilanciamento tra immagine e benessere sta diventando una scelta progettuale sempre più centrale.
